LA POLITICA DI VENEZIA
Venezia si organizzò politicamente sotto forma di Comune e trovò nel commercio marittimo prosperità e sviluppo.
Lorganizzazione politica e quelleconomica erano strettamente legate: la classe dirigente del Comune era interamente costituita da membri delle più ricche famiglie delle città.
Il Maggior Consiglio eleggeva poi gli organi esecutivi: il Consiglio dei dieci e il doge, che era la massima autorità del Comune.
La politica era finalizzata al mantenimento dei rapporti commerciali con lOriente e allinstallazione di fondachi nellAdriatico e nel Mediterraneo orientale.
Il Doge rappresentava l'unità della repubblica, era eletto vita dal Maggior Consiglio tra i membri delle maggiori famiglie veneziane e in genere aveva almeno 70 anni. I suoi poteri erano molto limitati: non poteva prendere nessuna decisione senza i sei consiglieri dei sei sestieri della città, non poteva uscire da Venezia senza essere accompagnato da almeno due di loro e le sue azioni erano controllate dalla Serenissima Signoria, costituita dai sei consiglieri, da tre capi del tribunale supremo e dal Doge stesso. Inoltre doveva pagare di tasca propria tutte le numerose feste che venivano tenute al Palazzo Ducale, residenza sua e del Maggior Consiglio, tutte le modifiche al Palazzo e spesso finanziava le operazioni militari, senza percepire alcuno stipendio dallo Stato.
Infatti non era il desiderio di potere e di ricchezza a spingere i candidati, ma l'onore di ricoprire la più alta carica dello stato e ogni famiglia avrebbe voluto avere il privilegio di avere un Doge con il proprio nome per il prestigio che questa carica pubblica portava (tanto che per scrivere il proprio nome Consiglio alcuni borghesi o rendevano servizi eccezionali allo Stato, o pagavano cifre esorbitanti allo Stato o a nobili squattrinati che vendevano il loro nome) e per nessun altro motivo.
Venezia può contare sulla sostanziale compattezza della propria classe dirigente, costituita da un operoso e abile patriziato di origini commerciali, alieno dalle lotte faziose e dai dissidi che invece caratterizzano laristocrazia di Genova e di tante altre città italiane. Questa "nobiltà" cittadina riesce a conservare saldamente il potere e non permette mai che il doge agisca di propria iniziativa e sfugga al suo controllo.
Nel 1297 con la "Serrata", il patriziato cittadino stabilisce che al Maggior Consiglio abbiano accesso gli appartenenti alle circa 200 casate che rappresentano laristocrazia del danaro e che già in passato hanno inviato alcuni dei propri esponenti nel Consiglio stesso.
I patrizi si autoproclamano così unica classe dirigente, e bloccano a loro vantaggio gli equilibri di classe escludendo dalla partecipazione politica le forze nuove e le classi popolari. Essi difendono poi con estrema decisione questa loro posizione privilegiata, e quando allinizio del 300 il nobile Baiamonte Tiepolo tenta di spezzare con lappoggio del popolo il loro monopolio del potere, essi reagiscono non solo stroncando la congiura, ma creando altresì nuove magistrature incaricate di sorvegliare chiunque eserciti attività governative e di prevenire e sventare qualsiasi tentativo di sovvertire lordine costituito.